Custodi della Memoria del Golf Italiano
La mia storia. LUCA RAVINETTO
Sono nato alla clinica Rook di Pisa, il 16 marzo del 1977, era già mezzogiorno ed ero un po’ frastornato, quindi quel giorno decisi di non andare a giocare a golf.
Appena ripresi le forze provai a fare qualche putt al Golf Club Tirrenia, a quei tempi il green per l’allenamento era oltre il tee della buca uno, molto piccolo ma sufficiente visto che camminavo a malapena. Continuai a tirare palline mentre imparavo a camminare, nel 1985 andai a Montecatini Terme e vista la morfologia del percorso rinforzai parecchio le gambe, le palline cominciarono ad andare più lontane e l’anno dopo feci la mia prima gara, che al tempo erano sempre e solo di diciotto buche.
Da quel giorno fu tutto un susseguirsi di gare, tirare palline, camminare e cercare palline, ancora gare, ancora tirare palline, ancora camminare e ancora cercare palline.
Nel 1990 vinsi i campionati italiani della mia categoria, poi altre gare nazionali, insomma la vita standard di un giovane golfista degli anni Novanta; treno, taxi, tee della uno, fai meno colpi che puoi, ancora taxi e ancora treno.
Il giorno dopo ecco l’interrogazione di storia, cercavi di recuperare citando i vincitori dell’Open d’Italia, ma già a Pasquali capivi che non apprezzavano per niente.
In vita mia ho giocato a golf ovunque, nelle situazioni più disparate ed estreme, tralasciando quelli “illegali” che con la coscienza di oggi non farei mai più, di quelli rimanenti ne voglio citare due. Nel 1991 in Scozia, dal letto di una camera d’albergo al terzo piano e affacciata su un parco, aprimmo la piccola finestra scorrevole e fu sfida col compagno di camera a chi tirava più lontano. Quando scendemmo per stabilire il vincitore era appena passato un gruppo di ragazzi giapponesi che presero tutte e ventiquattro le palline, gli spiegammo l’accaduto e ce le resero; ovviamente non abbiamo mai accertato chi vinse il match, ma almeno non avevamo perso dodici palle a testa prima di tirare il primo colpo da un vero tee di partenza.
Nel 1993, di ritorno da New York con un volo TWA, dove incredibilmente mi fecero imbarcare con un putter, nel divertimento generale degli americanoni della prima classe che niente ebbero da obbiettare, mi misi a puttare mirando a una monetina; non so se giocare a golf a dieci chilometri di altitudine sia stato un record, un giorno indagherò.
Il 1997 è l’anno del passaggio al professionismo, il 1998 l’anno in cui cominciai a insegnare, ovviamente tiravo meno palline ma camminavo comunque tanto, poi gli aggiornamenti, qualche gara coi vecchi amici, il lavoro nel golf e turismo, la gestione di un club e la vita in generale.
Nel 2015 misi fine a una delle diatribe storiche del golf italiano, “O fai il maestro o fai il segretario. O sei un uomo da ufficio o sei un uomo da aperta campagna”, infatti diventai il primo professionista di golf a far parte dell’Associazione Italiana Tecnici Golfisti; ancora oggi mi sento un po’ sacro e un po’ profano. In questi anni ho giocato in tanti percorsi, sempre camminando, perché usare la macchinina è il modo perfetto per non vedere il percorso.
Tornato in clubhouse, mentre gli altri discutevano di fairway e pendenze, alzavo lo sguardo alle pareti e mi mettevo a leggere i pannelli coi nomi dei vincitori di gare famose, chiedendomi chi fossero quelle persone.
Mi promisi di scrivere un libro sulla storia del golf in Italia, così tanti anni fa cominciai a mettere da parte qualche articolo di vecchie riviste, poi i libri di storia dei vari circoli, poi internet e una congèrie di notizie che ai folli possono anche brillare gli occhi, perché il presente cambia ogni secondo, ma il passato è sempre quello, al massimo puoi cambiare punto di vista su qualche dato, ma lui è immutabile come lo score consegnato in segreteria.
Eccoci qua, il libro sull’inizio della storia del golf in Italia è pronto, non volevo che andasse perduta, perché le origini sono importanti, perché saper guardare indietro serve quanto guardare avanti.
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